Antonio Del Guercio su Cecilia

PER CECILIA CAPUANA

 

 

 

Tacerò qui, perché ben nota, della splendida avventura creativa della giovanissima Cecilia Capuana nella Parigi di Métal Hurlant e di Moebius, per dire piuttosto qualcosa d’un talento altrettanto sicuro in letteratura disegnata che in disegno-pittura “tel qu’en lui-même“, insomma “in sé”.

     Palese è l’esplorazione condotta da Cecilia Capuana nelle notturne plaghe dei simbolismi che hanno in Klinger un caso paradigmatico, e che dalle angosce d’un Ottocento finale che avverte i segni premonitori della prima guerra mondiale,  s’inoltre col De Chirico degli anni tra il 1911 e il 1915 nel cuore parigino della stagione delle avanguardie storiche. 

     Il suo strumento operativo primario è il disegno, “l’onestà dell’arte”, secondo il decisivo parere di Ingres. Un disegno che ora basta a se stesso in una nudità  insieme perentoria e problematica, e ora chiama a sé la pittura, e la integra in un rapporto dialettico: nel primo caso come nel secondo l’opera si presenta come un oggetto esatto e, al tempo stesso, interrogativo.

     Ma l’esplorazione originaria nei simbolismi si è spinta sino alle “grammatiche creative”, per dirla con Georges Steiner, del secondo Novecento. Così lo sguardo che essa ha appuntato – non senza qualche cenno d’ironia – alle esperienze pop rivela, dietro la certezza asseverativa dei segni, la convocazione persistente 

del simbolo, ossia del significato plurale. Diventa così legittima la presenza di iconografie dechirichiane come quegli oggetti comuni – i guato fra gli altri -   che Apollinaire valutava dipinti da un pittore tanto “malhabile” quanto talentoso: e che, a ben vedere, già sono di scrittura vugarian.

     Gli oggetti più comuni appaiono così, tra disegno e pittura, tra disegno puro e disegno abitato da irruzioni del colore, tra

pittura pura e pittura abitata da irruzioni del disegno. nella loro più semplice evidenza. Da quella evidenza tuttsvia essi risalgono in un moto fulmineo la via che li conduce al livello dei simboli, dei feticci, dei totem della modernità.  E credo che quella qualità di moto fulmineo del senso dell’immagine costringa a richiamare, sia pure per semplice accenno, l’apporto tratto da Cecilia dall’esperienza con Métal Hurlant.

     Ogni opera appare, quasi d’improvviso, dinnanzi agli occhi, e tende a imporsi in una sorta di primo piano invitante, una porta aperta verso i nuclei interni dell’ispirazione.

     Né può essere taciuto lo sguardo che Cecilia rivolge talvolta a quelle stampe giapponesi, dove la bi-dimensionalità gioca con le acutezze prospettiche, e che già fornirono ad impressionisti e post-impressionisti strumenti decisivi.

          Fortemente, e non retoricamente, segnata da una femminilità che lascia la sua impronta in ogni forma, in ogni intreccio di forme, in ogni ribaltamento prospettico, la ricerca della Capuana si colloca tra gli esiti perspicui, qui ben confermati,  d’una generazione d’artisti tra Italia e Francia.

    

    

 

 
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